Libri: Il pasto di legno di Marina Minet – Lulu
Poetessa straordinaria e originale, Marina Minet, nella nuova raccolta ‘Il pasto di legno’, in autoedizione su Lulu.com, è abile a fare e disfare a piacimento le emozioni che ci racconta con costrutti sintattici spesso destrutturati, con quei continui predicativi che avvalorano la parola, sottraendola al verso, con il mistero che si cela dietro le idee spesso abbozzate o solo sussurrate in una logica priva di contorni, ma di fatto poi riconducibile a tratti precisi.
Potremmo definirla poesia iniziatica la sua, perché ci introduce in un mondo che non è il nostro, ma lo diventa, quasi come se fosse un passaggio obbligato. Un mondo fatto di guerra, se per guerra s’intende una sorta di lotta continua ai luoghi comuni, a una vita – quella di tutti, perché di tutti è carne - di stenti esistenziali, a un senso di smarrimento che ti porta in croce, quando la croce è paradigma di un offrirsi.
Una concezione eroica della vita, ai limiti dell’abnorme che a volte sgomenta, un sanguinare della pagina, un tormento che sconfina nell’estasi, quando il trapasso dall’una all’altra delle sfere emotive si fa agile vascello nel mare della metafora, assurta a dimensione onirica, mai come in queste liriche.
Titolo: Il pasto di legno
Genere: Poesia
Autore: Marina Minet
Immagine in copertina: Alessandro Fantini, Medusa’s Coil, olio su tela, 1998, collezione dell’artista ©
Editore: Autoedizione c/o Lulu.com
Anno: 2009
Informazioni: pg. 139
IL LIBRO – La raccolta si apre con una preghiera dedicata a San Giovanni della Croce, patrono dei poeti spagnoli e simbolo di sofferenza, di quel dolore che rappresenta la strada principale per arrivare a Dio.
*Pronuncia l’espressione
L’ondata dei riposi vinti agli occhi.
L’ardore del gelo che si spera
Manca al dardo
Per l’inverno piaga germogliato.
Lama vergine cullante nell’oscuro
Giungi ora;
Frazionagli la morte estesa nell’istante
Dove l’incolore l’innamora*
Una religiosità che avverto carnale, a volte passionale. Ma la preghiera iniziale rivela pure che la raccolta contiene un dolore positivo e soprattutto definibile, con una strana formula che contrasta con il gergo poetico propriamente detto, ‘utile e fecondo’, un dolore che si fa lode, si fa grano, quindi nutrimento e che, partendo dall’oscurità, approda alla luce.
Sgorgherà lode la parola.
Grano sminuzzato la fatica.
Gioia da scavare l’ossessione
perché avvenga la fine dell’inverno e increspi il sole;
la visione inversa per curare semi inariditi da interrare.
Tante sono le possibili chiavi di lettura per aprire questo mondo sconfinato di parole, di bellezza, di suoni a volte armoniosi e altre striduli, ma in modo atipico anche queste; chiavi evidenti, chiare, a volte, mentre altre da stanare, leggendo lentamente e senza fretta, con quella metodicità che si impiegherebbe a ricomporre un puzzle.
Videopoesia a cura di nuoviautori.org – testo di Marina Minet tratto da Il Pasto di legno – interpretazione del testo Cinzia Toninato – musica Igor Fëdorovic Stravinskij – fotografia Lovex: Angel Guardian – montaggio video Marina Minet
Ad esempio l’anoressia. Lungi dal diventare una normale patologia a dimensione sociale o familiare, questa assurge a forma deliziosamente onirica, attraverso un gioco di metafore che si incastrano fra loro fino a farsi male, attraverso originali personificazioni indotte.
(Alice non ha fame.
Unghie lacrimano carne viva.
Capro espiatorio
Di specchi fantasma,
Rabbia le muore
Fra costole scontente)
Poi la figura materna, come confronto e presa di coscienza. Ma non sentimentalismo spicciolo, o nostalgia quotidiana, che sarebbe banale. Ruoli o gesti che in qualche modo riconducano a quel che conosciamo. No. Piuttosto la supplica, il latte/sangue, nutrimento e divisione allo stesso tempo, supplica che, in ultima analisi, si colora di tinte fragili di fronte a un autoritarismo legato alla concezione della madre/padrona, alla quale succhiare un nutrimento doloroso quanto necessario. ancora la vita, ancora noi tutti, perché tutti siamo figli di una Madre che ci pretende, per un istinto vincolante.
E c’è un confronto sempre vispo, asservito sul cuscino.
E come scorre il latte fra le guance
mentre lieve il palato ne accoglie gocce dense
ferendosi le labbra in triste assolo: supplica radiata.
Infine un volto ciondolante scade
- normanno nel profilo -
autoritario ai giorni da frenare;
e a gioire le guarda sproporzioni e vacuità
con *la pupilla libica osservante
di Grazia Deledda
[Cosa sola in ecosistema]
Strettamente connessa alla matrice sopra citata, l’immagine dell’infanzia in rapporto alla figura materna. Parole semplici, un dialogo quasi elementare nella sua scansione di quotidiano, di normale. Ma niente nella poesia della Minet è normale, nel senso scontato della parola, tutto è implicitamente un dialogo fra trame estreme, fra posizioni contrastanti, fra situazioni ai limiti. Poesia universale, dove il romanzo singolo sparisce e la vicenda più che mai si fa collettiva. La più bella del mondo. Necessità di conferme, di memorie senza echi, di sostanza.
-Mamma, pensi che io sia bella?
-Certo. Sei la bambina più bella del mondo.
-Mamma, non sono più una bambina.
Lo dici per farmi piacere. Lo so.
-Per me – resterai sempre la più bella del mondo.
Il dolore esistenziale e la sua evoluzione, le molteplici forme che lo originano, inconsciamente o meno. Un dolore che spesso attinge al repertorio naturale per evidenziarsi. Il vento, anzi i suoi spifferi, le parole che sono sempre siccitose, come le stagioni di una terra di mare…
Facile, molto facile per Marina Minet plasmare le parole, con le loro ambiguità positive, con le loro possibili trame… ma anche le strutture linguistiche, un’interpunzione che si fa parola poetica, nella rigorosa rincorsa di altre metafore, di punti fissi/fermi e virgole/argini entro i quali racchiudere la Vita.
Hai visto il tuo corpo dentro un bicchiere
E ti sei amata
Come nessuno mai
Amerà figura astratta.
Venere in venerazione di filigrana.
Composta.
Ideale.
Come un’ombra che gela sole all’equatore
Hai rubato la tua vita
Arginandola di virgole
Nell’attesa di punti fissi
Ma il dolore non è solo esistenziale nel senso che comunemente attribuiamo a questa parola. La poesia della Minet è esistenzialista, qualora sia necessario dare una collocazione temporale di valenza poetica, ma in realtà è poesia nuova che, lungi dall’avere modelli precisi, può essa stessa diventare modello.
Il dolore, per dire, diventa altro, prende le distanze da se stesso quasi, si ammala di se stesso, si affeziona alla propria genesi, alla propria infinita sete di torture. Diventa inganno e sgomento, di fronte a chi se ne sta in disparte a osservarlo, a cercare un appiglio, una via di fuga qualunque essa sia…
(Il guardiano della grazia è ghiotto di soffitti immobili.
Tu ad accontentarlo
Osservi;
Trattieni lo sguardo
Tenendoti stretta
Agli angoli perimetrali degli inganni)
… il dolore si fa cognizione della crescita avvertita come disagio. Evolversi è normale, è vero, è crescere, misurare i propri passi, esserci in rapporto al divenire, avvertendo però il peso, il dolore, lo schiaffo quasi di quei maldestri segnali che ci portano verso l’indigestione, verso la perdizione, e riconducono ancora una volta inesorabilmente a quella anoressia che diventa rifiuto, non coraggio, voglia di naufragio…
L’evolversi era intenzione
Come il pallore del ventre
Sotto l’assedio del sole.
Ed era malinteso l’assenza nei fondali
Spingendoti senza trainare
Lo schiaffo del mestruo digerito male.
…voglia di naufragio… E inevitabilmente il mare. Quel mare che si fa esso stesso lettura del mondo, con la profondità del suo ventre e con le increspature delle sue onde che palpitano di infinito.
Il mare come cambiamento, come sregolatezza sfrenata, come tuffo infinito nel tunnel della misericordiosa perdizione, come marea. Marea… che distrugge e poi riassetta tutto in una sola notte, che si gonfia fino all’inverosimile ma poi, pian piano, ritorna sottile e invisibile, ed è amata sempre allo stesso modo – nonostante tutto – perché la sua essenza impersona la sregolatezza assolta, quella voglia di non norme, di non schemi, di non confini. Quella voglia di sensi persi, ritrovati in dimensioni alate, fatti schiuma di mare, come nelle fiabe più audaci.
Alice osserva.
Stordita.
Il riflesso ondeggia.
Piange lo specchio del suo non essere
Nel vederla assorta
Con la speranza di modificarsi in mare.
Alice vuole essere mare. Non più immersione, non più svuotamento, ma assolutamente identificazione. Alimento primordiale, sostanza e forma, nascita e morte… Metamorfosi.
Ieri – era l’istante in profusione;
Mare:
Levità in ricalco a rotazione.
Com’era la metamorfosi – iniziale -
Il blu opalino che nelle orme già ti concepiva al peso.
E la marea
Che ne è stato di quella carestia;
E delle foci ingorde allattate al vento
Bilanciate nei silenzi.
E della premura per l’instabilità inclinata
Al punto fisso in mulinello
Che ne è stato poi
Già ti coordinava nel disgusto.
Se l’anoressia è chiave di lettura senza coordinate precise, imperfezione e fuga, rifiuto e negazione, paradossalmente il corpo, nei versi del Pasto di legno, deve essere perfetto. Non solo. La sua perfezione si fa anche perfezione d’anima, amore universale, indissolubilità. Una ricerca quasi ossessiva dell’altro essere, di quello nascosto, di quelli che ci rende tutti uguali, nella nostra necessaria diversità.
La perfezione, del corpo prima e dell’anima poi, diventa assoluzione. Un’assoluzione che non rinnega la negazione, che non tralascia il dettaglio dell’imperfezione. Perfezione/imperfezione, quasi archetipo della prima forma mentis, dell’ideale assente, della omologazione… che si fa sponda salvifica, negli istanti del tormento troppo acceso e insopportabile fino allo stordimento. Che si fa ventre immaginario d’ideali, quasi culla dell’Uno, indissolubile nella sua Trinità sempre a ripetersi.
Alice odiava schemi e procreatori.
Le regole,
La moda
E l’instabilità.
Alice assegnava un nome a tutto
E divenne ventre immaginario d’ideali
Perché… la grande piaga è l’appariscenza. Bestia bella e bionda, simulacro a volte nauseante per il suo atto creativo che non è scelta ma passività subita, passerella consumata, fiato senza calore, quando la mente sente che deve farsi feconda per partorire, senza dolore, figli non nostri.
- Fecondiamo pensieri come allievi -
Sempre pronti a istruire imperfezioni;
tutto questo senso d’addobbo
che accavalla gambe fra un traguardo e l’altro
vomita consensi e parole a ripetizione.
Passerelle consumate da tacchi ansiosi
hanno invaso le menti
portandole a spasso con la certezza di farne carne gemella.
La poesia del Pasto di Legno, proprio per questo affondare in radici pericolanti, per questo scandaglio disumano, nella sua bellezza umana, tocca attimi di rabbia spietata, tanto più tangibile quanto più è nascosta, fra pieghe di figure sempre più incandescenti, ossimori intravisti nel contrasto sbandierato, ancora metamorfosi, mutamenti, spersonificazioni, se posso usare un termine coniato fresco per dare alito a quella scarpe che si fanno cartapesta… e poi, un istante dopo…
(Hai sfidato la falce
Amandola
E lei verrà a mutarti in niente.
Ali virate, fra mani colme di vuoti
Saranno linfe -
Unguento in ultima fatica
- Accovacciate ai tuoi perché
In un momento inatteso -
Slacciando scarpe divenute cartapesta)
… quell’alito accarezza altri attimi di dolcezza infinita. Alice, vento taciuto. Splendida sinestesia che raccoglie in un unico gesto una figura di donna e un elemento cosmico, prima ancora che atmosferico. Si perde Alice, voleva volare, voleva nutrire firmamenti, creare quasi, ma fuori dall’appariscenza. Ma si perde tra l’estatica rappresentazione di un verseggiare che incanta e che riconcilia con la bellezza della poesia.
Alice,
Vento taciuto.
Quando Tutto era raffermo
Soffiava fra le dita e nutriva firmamenti;
È stato un attimo.
Hai voltato il viso
Soffiando controvento -
Perdendoti.
… e attimi di sensualità dirompente che mescolano ingordigia e tolleranza, che mostrano il senso primo e ultimo di un cibarsi del pasto di legno…
Le dita:
Devote all’ingordigia dei silenzi
Con l’indice sospeso nel perdono
A pezzi, incerte,
Rimpatriale segnando tolleranza
È di carne che sei avvolta;
Lo ripeti all’infinito
In consapevole visione
Di cieli rannuvolati sotto sabbie mobili -
Parlando con te stessa
Dopo aver finito l’ennesimo pasto di legno:
L’equivalenza della tua nuova abitazione.
Le poesie che compongono questa raccolta sono scritte prevalentemente in terza persona. È cosa buona e giusta, se si considera che il dramma ha bisogno di distacco, talvolta, e di capri espiatori, perché no?, e di ironie e… ha bisogno di potersi liberare senza cadere nella trappola di una concettosità senza costrutto, mistificando in qualche modo la realtà persino con scappatoie totalmente catastrofiche:
[E il sole fuggì a inquinare.
Il primo veleno le recise i polsi in una verità manipolata e Sangue a fiotti
Perse annata buona]
Raramente cogliamo riferimenti in prima persona, malinconici come l’autunno, come simbolo di decadenza e nichilismo, come gabbie di silenzi, solitudine, languori che si tingono di colori senza colore, nel gioco perverso della consuetudine, della gestualità teatrale, della robotizzazione dell’atto unico.
Ho visto denti come gabbie di silenzi
Improvvisarsi morbidi e sconfitti
Con la gola tentennante alle discese.
Ed erano soli -
Scordandomi,
Ignorandomi al languore
Che mi vide gambo consono d’autunno
Errato cercare un inizio logico ne ‘Il pasto di legno, come errato del resto inseguire un probabile finale certo, acclarato. Nulla di certo c’è, quando si parla dell’uomo e della vita, questa conchiglia strana che risuona in mille canti, che tintinna all’udito proteso a rintracciare senso. E tuttavia un percorso c’è, una crescita comunque avviene, seppure impalpabile apparentemente e non perfettamente compresa.
Non ci sono tante protagoniste, ma solo lo specchio che le riflette una sola forma in svariate forme per renderle schegge universali, senza una vera identità individualizzante, ma con una forte tinta impressionistica che si imprime come sigillo.
Il dolore, in qualità di sostanza conoscitiva, appartiene a tutti; lo hanno scritto tutti i poeti di tutti i tempi, anche se ogni volta si riscrive in modo nuovo. E tutti hanno bisogno di comprenderlo per capire il valore della gioia. Nessuna dicotomia, nessuna biforcazione separerà mai il dolore dalla gioia, contenuti entrambi in una sola sfera di Sibilla, araba fenice pronta alla trasformazione, vogliosa di prosperità creativa e di silenzi perfetti, nella loro chiassosa girovaganza.
La folla. Presente ossessivamente nella raccolta, così come il concetto di perfezione che la società impone a mani tese e non offre come approdo. La ricerca della perfezione è un male che distrugge l’anima e il corpo, perché non c’è traguardo. Leopardianamente c’è l’assoluta ricerca della felicità, ma l’autrice combatte contro un muro di luoghi comuni, di uomini intesi come folla che risucchia e che distrugge, nel suo incedere folle di pretese.
No. La perfezione non esiste. Forse questo potrebbe essere il messaggio de ‘Il pasto di legno?’. LA PERFEZIONE NON ESISTE SE NON DAVANTI A DIO. Il resto è folla, giudizi implacabili che si decompongono, apparenza salda (l’ossimoro al solito, figura eccellente e inquisitoria), e un viale che metaforicamente è un cammino maldestro.
Dov’è nascosta la folla.
Dove ha gettato la cima del rientro
Quando nei fondali, sei rimasta sola
Con i globuli oculari disertati
Troppi giudizi
Come pesci decomposti sotto il naso -
Corrodono l’ambiente.
Il viale è un’apparenza salda,
Un obolo molesto sempre in fila
Che non chiede né cede
Comandando minuzioso l’andatura
E ancora:
E c’era metropoli risalente al water.
Troppa,
Beffeggiante.
Con l’occhio concentrato al portamento
E mai affondava.
Mai immergeva variando forme in consonanza;
Accorta, a getto devastante
Si specchiava presuntuosa
Come se non fossi tu, lì,
Invocando carestie
A darti in pasto propria
L’imperfezione porta con sé la dialettica degli opposti. Il boia e il condannato, abbracciati in un’unica forma. L’olocausto, come sacrificio estremo di se stessi… morire per rinascere…
“Dov’è il tuo vuoto, Alice?
So bene che ne conosci l’arrivo
e che l’hai esplorato fino a divenirne fulcro, potenza,
e forse persino comprensione.
Ma è dall’altra parte che voglio condurti: alla fine.
E per arrivarci bisogna attraversarlo tutto
senza mai voltarsi indietro.”
Tante voci dentro ‘Il pasto di legno’, tanti indizi, accuse, sermoni e incoraggiamenti. Tanti modi d’inseguire e rappresentare la perfezione e la vita con mille angolature possibili e immaginabili, la paura, il vuoto, il sacrificio, la carezza… la cura, cura come svisceramento, come ricerca del non principio e della non fine, come carezza al tempo del bisogno, del dolore, dell’assenza.
Una sorta di transfert continuo attraverso cui le infinite proiezioni di una sola protagonista, ossia, la Vita, passano e ripassano, scindendo l’anima nelle sue infinite possibilità di combinazione.
La poesia Trasfigurazioni potrebbe ipotizzare una soluzione finale…
Ricordo dieci dita strette
Due figure uguali
E imprigionata una
Senza tono di pronuncia
Né pareri.
Il labbro ossuto – diseredato -
Ai ruoli
Mordeva nel parlarmi
La salvezza sperperata
Ma il finale è una meta illusoria. Il vero trionfo è il Dolore, plasmato così potentemente con l’inchiostro, pennellato, transumato e trasformato in poesia.
Per arrivare a tutti e ripartire da zero, stringendo le dieci dita con la forza del dire. [dalla prefazione di Anna Maria Fabiano]
L’AUTORE – Marina Minet, il cui vero nome è Teresa Anna Biccai, nasce a Sorso il sette gennaio 1967. Le sue poesie, rivolgono un’attenzione particolare ai tormenti dell’esistenza e alle semplici inquietudini che segnano e contemporaneamente arricchiscono l’anima. Il dramma reale e teatrale, caratterizza la sua scrittura istintivamente sin dall’adolescenza.
“Ci vuole coraggio a guardare tutto da una postazione diversa, perché effettivamente la poesia è questo, per me: è osservare, da un mondo a parte, un paesaggio sconfinato e impervio – spesso doloroso – confinato nella concretezza che ci ruota attorno e nell’inconscio”.
Mamma a tempo pieno e creativa quanto basta per ringraziare Dio, sogna di realizzare la regia sull’Apocalisse di Giovanni. Fra le sue passioni è inclusa anche l’arte della videopoesia, come nuova forma espressiva poetica e multimediale.
Le pubblicazioni per i tipi di liberodiscrivere: una trilogia in versi nell’antologia Anatomia di un battito d’ali, il racconto Terre di mare ne Le FiumIdee, nel romanzo ES Temporanea è presente una quadrilogia di racconti, la fiaba, Egizio, il servo prediletto, è inclusa nella raccolta A mezz’aria. Lo specchio delle scelte, nella raccolta Ciao come sto. Le Frontiere dell’anima. Perdono in supplica d’impronta esangue in monologo d’augurio al pasto nella raccolta Amantidi (Magnum edizioni).
Recentemente ha partecipato alla realizzazione del romanzo corale Malta Femmina di Malta (Zona edizioni).
L’autrice in rete: teresabiccai[at]yahoo[dot]it – www.marinaminetpoesie.it – presenze.splinder.com
Popularity: 2%
Articoli correlati:
- Libri: Fare e disfare di Marzia Spinelli – LietoColle
- Libri: Come polvere o vento di Alda Merini – Manni Editori
- Il thriller ad alta tensione dell’esordiente Marina Macaluso in Ossessione, no passione
- Il perfetto capro espiatorio da gettare in pasto all’isteria collettiva arriva da Richard Flanagan con La donna sbagliata
Se hai gradito questo articolo, puoi scrivere un commento o sottoscrivere il nostro feed per leggere comodamente tutti i nostri articoli sul tuo feed reader. Puoi seguire Libri News anche su Twitter su FriendFeed su Google Buzz o diventare nostro fan su Facebook.
Commenti
[...] This post was mentioned on Twitter by Libri News, Libri News. Libri News said: Libri: Il pasto di legno di Marina Minet – Lulu – http://htxt.it/SZmI [...]
Spiacente, commenti chiusi per questo post.








[...] 17 dicembre 2009 – Il pasto di legno di Marina Minet – Lulu [...]